L’avvento degli ultra-books supersottili, ha costretto le case produttrici di supporti SSD, ad impegnarsi a trovare una soluzione per questa tipologia di chassis, dove gli attuali SSD da 2,5″ risultano essere troppo grandi.

 

SAMSUNG, attuale leader nel mondo degli SSD, ha raccolto la sfida e ha prodotto una nuova serie di supporti SSD M.2

Gli SSD M.2 possono avere differenti attacchi e precisamente: SATA , PCI-E o USB3, ma possono anche avere una diversa interfaccia: AHCI (Advanced Host Controller Interface) o NVMe (Non Volatile Memory Express)

  • Legacy SATA: molte unità SSD M.2 stanno impiegando la connessione SATA e sono interfacciati tramite il drive AHCI. Queste unità si comportano nello stesso modo delle unità SSD da 2,5″
  • PCI-E con AHCI: questo standard è utilizzato per gli SSD con attacco PCI Express come interfacciamento con la scheda madre e con AHCI per l’interfacciamento con il dispositivo, per cui occorrono sistemi operativi con drive corretti. (Windows 7 potrebbe non gestirlo)
  • PCI-E con NVMe: queste tipologie di unità SSD sono le più veloci ma le meno compatibili, in quanto sono molto nuove. L’installazione di un disco NVMe in un PC senza che questo non abbia un adeguato supporto BIOS, può NON far fare il Boot al sistema operativo. Molte schede madri non possono avviare unità NVMe, tuttavia Windows, con adeguati driver, consente la gestione. Questi sistemi non sono molto diffusi e se ne vedranno pochi in fascia alta

Tecnicamente e generalmente i supporti SSD M.2 hanno interfaccia PCI-E, tuttavia le specifiche PCI-e sono molto ampie, pertanto i produttori possono produrre unità SSD PCI-E di proprietà che non sono compatibili con gli standard M.2 e che quindi, non possono essere utilizzati in computer progettati per accettare unità SSD M.2 compatibili.

Le unita PCI-E sono comunemente utilizzate in alcune workstation di fascia alta, cosi come in alcuni modelli ultra-sottili (ad es. Apple MacBook 2015). Questi dispositivi proprietari, si collegano direttamente sul bus PCI-E del computer e richiedono al sistema operativo di utilizzare i driver corretti.

IL GRANDE PROBLEMA DEGLI SSD M.2

Ebbene SI, anche gli SSD M.2 si rompono e si perdono i dati.

Questo tipo di SSD infatti, preoccupa per il possibile throttling termico, ossia la riduzione delle prestazioni causata dalle alte temperature.

Di fatti la compattezza dell’SSD M.2, con il controller e chip NAND assiepati su un circuito stampato ridotto, fa si che questi componenti possano raggiungere alte temperature sotto carico.

Ad amplificare il problema c’è anche il posizionamento degli slot M.2 sulle motherboard, spesso appena al di sotto del primo slot PCIe x 16 dove si inserisce la scheda video.

Per analizzare specificatamente l’M.2 Shield di MSI, Steve Burke di GamersNexus ha assemblato un sistema basato su una MSI Z270 Gaming Pro Carbon, su cui ha inserito un Intel Core i7-7700K, DDR4-3200 e un SSD M.2 un Kingston HyperX Predator. Per rilevare le temperature Burke ha usato una termocamera per rilevare i punti caldi sull’SSD, quindi ha posizionato in corrispondenza degli stessi un paio di termocoppie per effettuare le rilevazioni mentre una terza misurava la temperatura dell’aria. I dati estratti sono stati espressi sia in termini assoluti (temperature massime registrate) sia in termini relativi sotto forma di DeltaT, ovvero di differenza fra la temperatura rilevata sul componente e quella ambiente.

Per stressare il Kingston HyperX Predator è stato usato IOMeter configurato in modo che scrivesse blocchi sequenziali da 128 KB per 60 minuti, uno scenario ben più impegnativo di qualsiasi uso reale.

Sono stati rilevate le temperature con e senza M.2 Shield nella parte superiore dell’SSD (“Top”, quella a contatto con il pad termico e l’Heat Shield) e nella parte inferiore (“Bottom”, quella che resta sul lato rivolto verso la scheda madre). I numeri lasciano poco spazio a interpretazioni: in condizioni di riposo (idle) l’Heat Shield fa guadagnare un paio di gradi alla parte superiore che, però, si dimezzano quando si passa a una situazione di massimo carico; al contrario, la parte inferiore dell’SSD risulta più calda di 4 °C in entrambi gli scenari, con un aumento di 5 °C per il controller.

Passando dalla misurazione in termini di DeltaT alle temperature assolute, la differenza è forse ancora più preoccupante: il lato inferiore dell’SSD passa da 36,9/89,6 °C (idle/carico) senza Heat Shield a 41,1/93,6 °C con la copertura montata, mentre il controller passa rispettivamente da 29/70,9 °C a 33/75,05 °C. Si tratta di pochi gradi e di temperature comunque elevate ma tenete conto che per molti SSD questo significa passare da una condizione di stress a una di throttling termico, il che non è sicuramente ciò che si desidera.

Tirando le conclusioni, Steve Burke consiglia di non fare affidamento su queste soluzioni, in quanto potrebbero essere più deleterie per le prestazioni che altro. L’idea di fondo non è del tutto sbagliata, ma sembra che nel caso specifico non sia stata implementata nel migliore dei modi.